Chi siamo

 “Senza Confini: il viaggio di Karibu” di Massimo Moi

L’idea del confine non ha mai abitato il mio tempo. Né mai ha tracciato il mio sguardo, i miei approdi, il mio mondo.

É un’idea estranea perfino al mio nome, Karibu, che nella lingua della savana richiama il valore dell’accoglienza, dell’apertura: l’arte del ricevere l’Altro.

Da dove provengo io non c’è il mare.

I miei occhi sono orfani di quella linea d’orizzonte che in altri mondi separa il cielo dall’acqua. Una retta immaginaria che insegna ai più piccoli la forma primordiale del confine.

Sono nato vicino ad un fiume, in una zona arida, tra arbusti di baobab e il fuoco solare dell’equatore. Accanto a pietre e deserto, sotto un cielo avido di pioggia. Là, sono cresciuto in un terreno abbandonato, tra colli di rifiuti e la disperazione di uomini e donne dimenticati da tutto. Dimenticati anche da Dio. Aggrappati ad un pezzo di terra per conservare la loro parte d’acqua. Pronti a morire. Nel silenzio.

Tutta la mia vita era tra spazi che si alternavano ad altri spazi.

Protetto solo da rifugi di fango e paglia.

Transumanti, come le stagioni.

Esili capanne senza porte. Da dove entravano all’unisono il bello e il brutto, il pulito e lo sporco, il ladro e il santo. Come sempre accade quando non esistono divisioni.

Dormivo ovunque mi capitasse. E nel sonno, i miei sogni, germogliavano un futuro allora introvabile.

Poi venne la fortuna, il coraggio dell’esilio.

Ma ho dovuto soffrire a lungo prima di partire. Ho cercato qualunque scorciatoia possibile per non andare via.

Eppure non c’era scampo. E così, mi sono consegnato ad una carovana di uomini pronti ad ogni sfida per una libertà clandestina.

Ho conosciuto lo sbarco dell’ignoto, l’accoglienza naufraga, ma anche l’ingiusta detenzione oltre una cella. Ho visto tante cose in questi anni, uomini e donne che mi hanno insegnato una nuova vita, una nuova lingua. Ma anche solitudini. Violenze che non conoscevo.

Ho camminato per luoghi e paesi diversi. Sempre con gli occhi verso il basso. Lontano dal mio cielo. Nascosto dietro altri visi. Senza più un paese dentro di me.

A volte mi chiedo perché sia arrivato fin qui, con quale forza, con quale urgenza.

La prima volta che ho visto quest’isola, è stato da sopra un traghetto.

Dodici ore di viaggio attraverso il mare.

Poi, ad un tratto, compare un golfo lucente, fatto di pietra e calcare, una città gialla, puntellata di minuscole torri, un piccolo impero dominato dal cielo. Solo dopo, avrei saputo che questa città, Cagliari, è stata nei secoli una frontiera di scambi, culture e dominazione contaminanti.

Poco prima di sbarcare ho pensato: dodici ore. Da non crederci.

Sì, perché è quasi lo stesso tempo che si impiega per ritornare nel mio paese.

Un percorso al contrario: da un piccolo continente che galleggia sul mare, ad un continente sterminato che brucia sotto il sole. Ma a pensarci bene, l’Africa, non è poi costì lontana da qui. E quando mi sporgo dall’antico bastione di Castello sembra quasi di rivederla, giù, fino in fondo. Oltre la linea chiara dell’orizzonte. Oltre di bagliori scintillanti di un golfo sorvegliato dagli angeli.

Giù. Ancora più in fondo. Fino a scoprire una visuale nitida, ripulita da un vento di maestrale, che ne cancella ogni vapore subacqueo. Come se non esistessero confini. Appunto, i confini. Ecco, in questa città, ho scoperto la sensazione di poterla ritrovare ovunque la mia terra.

La vita di chi come me è stato espulso per bisogno e non per crimini, è guardato da tanti alla stregua di uno scarto. Una vita usa e getta. Da emarginare. Mettere da parte. Non uomini, ma clandestini. Esistenze che non contano. Da nascondere. Come rifiuti. Eppure, da quando vivo qui a Cagliari, questa realtà si è come capovolta. Qualcosa che altrove non c’é. o che forse, non è così visibile. Lo si nota subito, fin dall’ingresso più sontuoso della città: quello via mare. Dove dietro i portici della nota via Roma, alle spalle degli storici caffè mondani, è racchiusa da sola, come fortificata, una città di frontiera. La chiamano Marina, il quartiere Marina. Un tempo, l’avamposto di uomini venuti dalle rotte del mare. Pirati. Dominatori. Ma anche semplici pescatori. Oggi invece l’approdo comune di vite migranti, quella che chiamano società multietnica. Cinesi. Africani. Ma anche pachistani, indiani. E, insieme, cagliaritani. Sardi. Di quelli doc: ajò. Ognuno di loro ha trovato il suo spazio qui.

Una piccola dimora tra vecchi ciottoli di pietra, strette vie e scorci di mare. una bottega di perle e sete d’oriente. Profumi di incenso, lanterne cinesi. Buie taverne di basalto impregnate dall’odore di Kebab. E poi, scie di pesce arrosto, olezzi di frittura, una brezza del Mediterraneo che ricorda sempre l’estate. Anche quando l’estate è lontana. Ed è già inverno fondo. Sembra di essere altrove qui. Un altrove dove ognuno ha la possibilità di professare le proprie origini. Un altrove dove ognuno prova ad essere ciò che è, riportando in vita il suo mondo. e per via di questa contaminazione forse che ho scelto di fermarmi qui.

Sono sbarcato che avevo trent’anni, da dieci in giro per il vecchio continente, come un albero strappato alle sue radici.

Orfano della mia terra. Una gazzella senza savana.

Nella mia pelle, la differenza. Nella mia valigia, tutta la mia storia. Una speranza grande come la memoria del mondo da cui provengo.

Karibu così continuano a chiamarmi.

Ma oggi non sono più un clandestino.

Sono un uomo senza confini.

Come un arcobaleno che porta i colori ovunque, in ogni cielo del mondo.

E che una sola metà che ogni giorno continuo a inseguire: raccontare le mie origini, restituire un riscatto alla mia provenienza. Farmi portavoce di quell’idea che ho appreso fin da bambino, secondo cui, “Nulla ha un confine nel mondo se non la volontà umana del voler confinare”.

In questi anni ho imparato a studiare, e grazie allo studio ho imparato a trovare l’ascolto degli altri. Trovando pezzi di me nell’identità altrui.

Scambio. Incontro. Dialogo.

Su queste parole ho iniziato a vivere, lavorare, progettare il mio tempo. Dapprima nelle scuole, poi, pian piano, occupandomi di chi, come me, ha conosciuto la fuga dell’esilio, l’approdo naufrago.

Mettersi al servizio dell’Altro significa infatti conoscere qualcosa in più su noi stessi. Esplorare parti di noi che non sapevamo esistere. Provare a chiederci: vale la pena vivere solo e sempre dalla nostra parte?

É questa la missione che continuo a testimoniare. É questa la mia battaglia culturale. Un percorso complesso per il mondo in cui viviamo. Che spesso è sordo a queste istanze, avido di interessi lontani perché in fondo, alla dichiarata globalizzazione dei consumi, all’acclamata uniformità del pensiero, non corrisponde affatto una globalizzazione del confronto, né del dialogo, o della convivenza civile. C’è sempre un confine invece, che crea divisioni, che separa, che tiene distanti le nostre appartenenze

Ecco, io mi batto per superare questi confini. Per unire la savana ai deserti, le capanne ai grattacieli, per trasmettere la consapevolezza che accanto al nostro modo di vivere ne esiste sempre un altro, in parallelo. Distante, ma vicino. Ignoto, ma presente. Rompere la crosta del nostro comune egocentrismo, significa imparare a conoscere quella “distanza”, quel presunto “ignoto”. Avvicinare l’altrove, provare a capirlo, coglierne i bisogni, studiarne usi e costumi, ma anche la lingua, il modo di osservare il mondo.

Viaggiare per costruire legami, valori di amicizia, reti di saperi, punti di scambio. Viaggiare per imparare lo spaesamento, per sentirsi sempre stranieri della vita, per imparare sempre tutto da capo.

Varcare i confini, dunque garantire questo diritto a tutti i popoli: difendere la possibilità di apertura sapendo che ogni singolo individuo è un inviato, non invasore.

La mia esperienza ne è prova. Sono arrivato dal profondo cuore dell’Africa attraversando diffidenze e varcando confini, per essere riconosciuto come un cittadino del mondo, senza mai rinunciare alla mia cultura, alle mie origini.

Oggi, questo lungo viaggio, vive dentro di me. E tutti gli insegnamenti che mi porto appresso ho iniziato a custodirli dentro una piccola casa colorata dove ho cominciato a lavorare: un piccolo regno fatto di libri, pareti tappezzate di cartine geografiche, riviste provenienti da tutto il mondo, bandiere di stati lontani.

É la casa di chi, come me, vive senza confini. Gli “Amici Senza Confini”. Una bottega artigiana di cooperazione, di intercultura, di dialogo, di educazione allo sviluppo di identità. Qui, in occidente, case come queste, le chiamano “organizzazioni non governative”.

Ma per me sarebbe più corretto parlare di “organizzazioni che governato i disastri prodotti dallo sviluppo”. A tratti mi ricorda quali la mia vecchia capanna nel cuore della savana, dove tutti entravano, per portare qualcosa, un’idea, un racconto, anche un semplice saluto. Un crocevia di incontri, dove si va e si viene. Come nella vita.

Dalle piccole finestre che si aprono sulle mura è possibile affacciarsi sull’intero mondo: sul Brasile, oltre l’oceano, sul Perù, sul Senegal, e sul Kenia. Su ognuno di questi stati ci sono progetti aperti che riguardano un po’ tutto: scuola, agricoltura, donne, acqua, tessitura. In una sola parola cooperazione. Ovvero: co-operare, fare insieme. Mettere in comune lo sforzo di più individui e più società, per raggiungere uno scopo comune di crescita e conoscenza. Pensare al plurale. Agire al plurale.

Nella casa degli “Amici Senza Confini” ho trovato la mia dimensione. Un posto dove poter lasciare qualcosa di me. Ho trovato finalmente chi vive e lavora portando nella vita di tutti i giorni il significato che si nasconde dentro il mio nome: l’accoglienza.

Ma ho trovato soprattutto il mio sogno di salvezza, vivere per incontrare l’Altro, senza confini.

 

 

 

 E' vietata qualsiasi riproduzione, anche parziale, del testo.